Lei, Piumetta... Lei, la Cina...
A casa di amici italiani in un sabato sera per scacciare la nostalgia. Ore 23.15, Karaoke di tutto il trash concepito dalla musica italiana negli anni 80-90. Suonano alla porta: è la guardia del condominio, ci chiede gentilmente di abbassare il volume. Ha ragione, ci scusiamo. Ricominciamo cantando afoni e ridendo un sacco per questo. Il rumore scende di molto. Dopo 10 minuti risuonano alla porta. Ci guardiamo per chiederci chi mai sarà.
È una signora visibilmente agitata, trema. Vestita di tutto punto, in un inglese quasi perfetto, ci dice in maniera molto sgarbata di stare zitti. E ci minaccia. “Siete in Cina, dovete rispettare le leggi cinesi altrimenti chiamo la polizia”.
Si parlava proprio pochi giorni fa di come sia cambiato l’atteggiamento dei cinesi negli ultimi quattro anni nei confronti di noi laowai, stranieri. Parlo di Pechino, ovviamente.
È passato da un servilismo imbarazzante ad una forte aggressività. Aggressività che ogni tanto mi spaventa. La signora di ieri, come mai mi era successo prima, ha ben esemplificato quello che tre sere fa cercavo di spiegare senza trovare le parole giuste.

Per commemorare il XX anniversario della caduta del Muro di Berlino, il Kultur Projekte Berlin ne ha creato uno virtuale dove chiunque può postare i suoi pensieri usando Twitter. L’introduzione al sito invita i partecipanti a “far sapere quali muri devono essere ancora abbattuti per rendere il mondo un posto migliore”. Tantissimi i cittadini cinesi che si stanno sfogando contro il Great Firewall, il muro che censura internet in Cina.

Il vecchio Peng si lascia trascinare dai due giovani nipoti. Ha viaggiato un giorno intero per arrivare a Yan’an. Le gambe uccise dalla vecchiaia sono pesi morti che si sommano alla forza di gravità. I piedi strisciano sul pavimento di mattonelle grezze. Aggrappato alle spalle di Liu e Wen, attraversa una delle sale dove Mao a metà degli anni ’40 era solito riunire i suoi fedelissimi. Lascia la presa solo quando arriva al tavolo di legno scuro che troneggia centrale sul fondo. Raccoglie tutte le forze che gli rimangono per riuscire a stare in piedi il tempo di una fotografia, il miglior ricordo dei suoi 89 anni, l’immagine che gli permetterà di celebrare il primo ottobre sentendosi parte del glorioso tutto che è la sua nazione.
A due settimane dal sessantesimo anniversario della nascita della Repubblica Popolare Cinese (1 ottobre 1949), Peng ha deciso di omaggiare la sua patria con un viaggio a Yan’an, la Mecca del comunismo cinese, la città dello Shaanxi dove – al termine della Lunga Marcia - i comunisti si sono riorganizzati politicamente e militarmente prima degli scontri decisivi del 1948-1949 che li hanno condotti alla vittoria sui nazionalisti di Chang Kai-shek; il luogo in cui Mao ha formulato la sua reinterpretazione del marxismo, ha costruito la sua leadership incontrastata e ha reso concreti i tratti più feroci del suo pensiero (a Yan’an, ad esempio, presero avvio le pratiche di rieducazione).
Non è il solo, Peng. Le mete tipiche del cosiddetto turismo rosso di Yan’an - le abitazioni dei padri della patria Mao, Zhu De, Zhou Enlai ricavate nelle grotte sulle colline attorno alla città per ripararsi dai bombardamenti giapponesi e il grandioso Museo della Rivoluzione - pullulano di pellegrini di ogni età e provenienza. Tutto il paese è in fermento, si sta preparando per l’importante appuntamento con la storia: la grandiosa parata - militare prima e civile poi - che il 1 ottobre a Pechino percorrerà la via Changanjie per arrivare a piazza Tiananmen, riempiendo di orgoglio nazionalista tanti cuori cinesi e regalando un nuovo senso di inquietudine a chi cinese non è.
“Non sarà la parata più sfarzosa della storia, ma sarà comunque grandiosa”, avvertono le autorità. Per senso di morigeratezza, vista la crisi economica, quest’anno parteciperanno alla parata “solo” 200.000 persone: bambini, figuranti, musicisti, ballerini, cantanti. E naturalmente soldati. Questi ultimi, da mesi, vivono stipati in prefabbricati alla periferia della capitale. Si allenano 12 ore al giorno per imparare ad eseguire i 128 passi dell’oca necessari a percorrere i 96 metri che dividono le due colonne ai lati di piazza Tiananmen. Non li hanno fermati né la pioggia né il caldo afoso dell’estate pechinese: per quei 96 metri hanno già marciato per più di 10.000 chilometri. Il corpo fatica, ma il pensiero del sogno e dell’onore li motiva. Saranno proprio loro, infatti, i protagonisti assoluti, l’orgoglio della nazione, perché la parata militare è il momento più atteso. “Molti sistemi di armi nostrani attualmente eguagliano le capacità di quelli occidentali”, ha dichiarato pochi giorni fa il Ministro della Difesa Liang Guanglie e la kermesse militare serve proprio a dimostrarlo. Trionfo di una serie infinita di “prime volte” - la prima volta che i soldati indosseranno in pubblico le loro uniformi più eleganti, la prima volta che le segretissime Forze Speciali dell’Esercito Popolare di Liberazione sfileranno alla luce del sole -, l’esibizione è la passerella ideale per imprimere nella memoria del mondo 52 sistemi di armi già noti e per presentarne sei di nuovissima generazione, liberi dal copyright sovietico e con addosso solamente l’etichetta “Made in China”.
A poco più di un anno dalle Olimpiadi, durante le quali la Cina ha dato un assaggio di quello che è diventata mostrando il suo volto efficiente e gioviale, il Celeste Impero approfitta dei satelliti per proiettare in diretta su tutte le televisioni del pianeta la sua forza militare, confermandosi a pieno titolo - e ormai indiscutibilmente - super potenza mondiale. Oltre che sulla carta, ora anche nell’immaginario visivo, soprattutto di quei pochi che ancora si ostinano a immaginarla solo terra di arretratezza, pagode e risaie.
Eppure, allargando un po’ l’inquadratura, c’è qualcosa che non torna. La forza che il paese vuole dimostrare racconta anche di un’estrema debolezza. Pechino in questi giorni è una città impaurita e per questo blindata. Per rafforzare la sicurezza della capitale sono scesi in campo le forze speciali di polizia e mezzo milione di volontari, è stata vietata la vendita di coltelli in tutti i supermercati, è stata ordinata l’ispezione di tutti i pacchi postali in arrivo e in partenza, sono stati organizzati controlli per tutti i veicoli diretti in città. Anche la frontiera telematica è pressoché invalicabile: la censura ha colpito YouTube, Facebook, Twitter e tutti i siti ritenuti “pericolosi”. L’aria è tesa, si respira paura. Gli incidenti e gli attacchi terroristici spaventano più che nell’estate 2008. In fondo le Olimpiadi erano una questione internazionale, l’anniversario è prima di tutto una questione interna, un guardarsi indietro, un’autocelebrazione del Partito. E quindi il potenziale palcoscenico per scontenti ed arrabbiati: il governo infatti teme più il dissenso interno che le critiche esterne.
La grande Cina va avanti, ma l’apparato che la governa assomiglia sempre di più al vecchio Peng nella foto scattata a Yan’an.
C'era una volta un ragazzo che volava portandosi un miliardo e trecento milioni di cinesi sulle spalle. Col tempo, quel peso è diventato insopportabile. Si è accasciato a terra in un giornata estiva rumorosa, tra le lacrime e la rabbia di tanti. Domani, prova a riprendere il volo.